Camminare per la strada e pensare ai fatti propri sembra la strategia migliore per essere felici in quest'epoca distrutta da crisi e guerre di potere.
Persino nell'alto Nord-Europa non si curano di grida e richieste d'aiuto, anche se inscenate.
Camminiamo così alla ricerca di noi stessi, di quel calore umano e quella solidarietà che ancora solo i nostri genitori hanno vissuto, nelle tragedie e nelle ristrettezze con sogni negli occhi e nella mente, con forse più libertà e ideali dei nostri figli.
Noi piangiamo il passato avendo percepito il cambiamento. Siamo tristi e non capiamo. Siamo arrabbiati con noi stessi e con il mondo per averlo permesso e costruito. Camminiamo in mezzo a tutta questa sporcizia che invade anche il nostro privato.
A testa china sopportiamo gli abusi delegando forse proprio i nostri aguzzini.
Non il riso ma nemmeno il sorriso spunta sulle labbra degli stolti a cui nessuno più rivolge la parola.
Camminiamo soli per la vita in cerca dell'anima gemella, ma chiediamo che sia essa a consolarci in questa valle di lacrime.
Continuiamo a camminare insensibili ai nostri calli o alle scarpe strette.... e senza sogni nella mente.
giovedì 9 aprile 2015
mercoledì 1 aprile 2015
DA PARTE VOSTRA
Grazie, mi fa piacere che anche se solo per curiosità voi diate un'occhiata al mio sito. Esplosione di visite ieri che mi incoraggiano per il futuro, ma mi fanno anche pensare del vostro giudizio.
Quello che scrivo io è diverso dallo stile che adotto per il quattro mani con Danilo Simoni, anche se con lui l'affinità è molto elettiva.
Quello di cui scrivo deriva dal mio vissuto e viene trasposto spesso in toni pastello, pacati come il mio carattere che diventa aggressivo solo se mi pestano pesantemente e ripetutamente i piedi.
Quello che amo della scrittura è il suo potere evocante e un po' consolatorio per quello che è stato o avrebbe potuto essere.
Scrivo perché mi piace, non per colmare un vuoto; scrivo perché ho sempre trovato immenso piacere nell'ascoltare le storie o a leggerle. Scrivo per condividere questo piacere e mi piace che qualcuno in cuor suo lo apprezzi.
Grazie
Quello che scrivo io è diverso dallo stile che adotto per il quattro mani con Danilo Simoni, anche se con lui l'affinità è molto elettiva.
Quello di cui scrivo deriva dal mio vissuto e viene trasposto spesso in toni pastello, pacati come il mio carattere che diventa aggressivo solo se mi pestano pesantemente e ripetutamente i piedi.
Quello che amo della scrittura è il suo potere evocante e un po' consolatorio per quello che è stato o avrebbe potuto essere.
Scrivo perché mi piace, non per colmare un vuoto; scrivo perché ho sempre trovato immenso piacere nell'ascoltare le storie o a leggerle. Scrivo per condividere questo piacere e mi piace che qualcuno in cuor suo lo apprezzi.
Grazie
domenica 8 marzo 2015
LES INDIFFERENTS 2 - 8 marzo e non cambia nulla
DONNE
DEL DESERTO – Figlie di Greta e Sofia
Per
strada le donne stendono panni e chiacchierano tra di loro. Hanno il volto
finemente velato dal trucco per nascondere il loro vero io.
Dai
loro occhi leggi che hanno pensieri, angosce, problemi, ma drizzano la schiena
e se ne vanno per la loro strada, perché così è la vita e qualcuno deve
preparare la cena.
Sono
orgogliose e fiere, o tristi ma leggere. Ti stupiscono regalandoti un sorriso o
una carezza inaspettata.
Grande
è il loro cuore e il loro nome è Maria.
Nei
vicoli le donne girano sospettose, armate solo della loro pazienza o della loro
innocenza. Vorrebbero andare a letto accanto a mariti o compagni che le
abbraccino per la giornata cupa al lavoro o per la brutta notizia.
Se
ne vanno attente a dove mettono i piedi, a chi le segue, e anche in macchina
hanno occhi per tutto e per tutti.
Il
loro secondo nome è Maria.
Nel
deserto le donne vanno… in cerca di acqua e di cibo, a testa alta solo per
mantenere il peso ben in equilibrio, con figli in grembo e al seguito.
Sono
velate e i loro occhi scrutano il terreno per non inciampare nelle loro stesse
vesti, uniformi imposte, uguali, livellanti.
Non
le senti nemmeno respirare, ma il loro grido di dolore lo portano nell’anima.
Il loro nome non lo dicono, ma assomiglia a Maria.
"Non
girarti, non parlare, non toccare…"
Peccato
e sacrilegio sono all’ordine del giorno ma per difenderci non possiamo che
immolarci alla causa.
Da
tigri siamo diventate passerotte alle quali sono state tagliate le ali; il verme
che abbiamo trovato ce l’ha porto quella stupida gallina.
Non
è servito scappare: dietro ci si è portate proprio quell’idea da combattere.
Non
è servito nemmeno annientarsi per fuggire l’ira del padrone.
Non
ci sono più le donne delle 1000 e una notte, quelle del Khamasutra, o del
kajal nero attorno a occhi profondi. Quelle passano e non si voltano. Non degnano più nemmeno
di uno sputo.
Donne famose in fila per la spesa o anonime in coda allo sportello. Sulle copertine, dietro l'angolo o in carriera: donne, Maria è stata solo la prima.
sabato 28 febbraio 2015
L'Ultimo Caso di Giallo Club
E' uscito in antologia multiautore autopubblicata su LULU un mio racconto "giallo" dal titolo: L'ULTIMO CASO selezionato per il concorso indetto da Giallo Club per Racconti noir. In tutto siamo in 18 autori con 23 racconti
Anche questo lo considero un successo e un esempio di come si possa concentrare ironia e suspence in poche righe.
Conosco già alcuni compresenti e questo mi fa piacere e onore.
Per chi vuole: http://www.lulu.com/shop/aavv/ombre-gialle-brividi-neri/paperback/product-22065016.html
Grazie a nome di tutti.
Il racconto verrà da me pubblicato qui di seguito tra un po', quel tanto che basta a far conoscere l'antologia e non disperdere l'alone pubblicitario costituito dall'uscita del volume. Abbiate pazienza, ma compratelo lo stesso.
Anche questo lo considero un successo e un esempio di come si possa concentrare ironia e suspence in poche righe.
Conosco già alcuni compresenti e questo mi fa piacere e onore.
Per chi vuole: http://www.lulu.com/shop/aavv/ombre-gialle-brividi-neri/paperback/product-22065016.html
Grazie a nome di tutti.
Il racconto verrà da me pubblicato qui di seguito tra un po', quel tanto che basta a far conoscere l'antologia e non disperdere l'alone pubblicitario costituito dall'uscita del volume. Abbiate pazienza, ma compratelo lo stesso.
domenica 8 febbraio 2015
LES INDIFFERENTS 1.
PECORA DELL'OVEST - Je ne suis pas Charlie
Da
quanto io sia qui non lo so. Mi sono rifugiato in extremis poco prima che fuori
scoppiasse l’inferno e ho trovato forse la mia salvezza. Per lo meno la mia
sopravvivenza. Per quanto ancora non lo so.
So
che qui c’è cibo, riserva d’acqua, c’è pure un trasmettitore, di quelli
antesignani, ma funzionante. Non so chi mi riceva, chi sia in ascolto di ciò
che dico. Ma interessa ancora ciò che dico? Non lo so.
So
che fuori la battaglia è cessata perché non sento più rumori. Sono isolato,
sordo o hanno proprio smesso di combattere? Chi ha vinto? Chi perso? In teoria
vorrei saperlo, ma qui sto bene e non me ne frega niente.
Sono
rifugiato senza futuro, e senza presente. Sono chiuso in questa gabbia senza
sbarre senza cielo né aria. Sono qui a parlare con l’etere o l’infinito in
attesa di segnale.
Sono
vivo, respiro; penso, ma non ho idee, mi sembra di delirare per qualche febbre
che non conosco. Non ho malinconie ma solo ricordi, non ho pensieri né ansie.
Eppure
là fuori c’era la mia vita: la mia casa, il mio lavoro, la mia famiglia. Qui
non ho nemmeno un carceriere contro cui inveire e Dio non so se esiste da anni.
Sono
qui e non me ne frega niente, non voglio e non posso uscire. Non è istinto di
sopravvivenza? Il futuro? Sempre uguale a ieri, all’oggi, sempre senza privacy
né dignità, né accessori o tecnologia. Senza un posto dove pisciare o farsi un
bagno ristoratore. Non conosco il tempo né l’ora, se piove o è sereno. Le
stagioni seguiranno pure il loro percorso e i fiori o i frutti marciranno anche
senza il mio consenso.
Sto
impazzendo.
Solo,
senza mode né gossip, notizie reali o fantasie erotiche di qualche giornaletto.
Sono qui e non cerco compagnia. Non pietà né riconoscenza, non una moto né uno
yacht o un jet privato.
Vorrei
la tranquillità se la felicità non si compra né si raggiunge. Vorrei un pezzo
di pane da condividere o da scambiare per un’ora d’aria.
Là
fuori c’è il nemico. Hanno cancellato tutto, tutta la cultura e il sapere
accumulato in secoli: musica, pittura, libri, statue, immagini, leggi, persino
certi modi di dire. Hanno cancellato la bellezza e l’effimero, il piacere e il
godimento, la differenza e la semplicità. A quale fine?
Loro
distinguono, loro comandano e tu devi stare al gioco che non ci mettono né
se né ma per giustiziarti sul posto.
Ci
hanno provato in molti, da soli o in gruppo, ong o eserciti di stato. Nulla è
servito: loro erano più forti perché lupi, lupi solitari pronti a immolarsi,
cosa che noi abbiamo dimenticato o mai imparato, perché i nostri ideali li
sappiamo mettere sul tavolo ma anche distruggere, a parole e a fatti.
Io
ero uno di quelli, pronti a scattare per ogni buona causa, ma ora non so più
nemmeno a quale padrone appartengo. Forse nemmeno a me stesso.
Sono
qui e mi sento inutile: chi poi là fuori sarebbe ancora intenzionato a
ricostruire, a ricominciare? Nessuno, ma non abbiamo perso: ci siamo
semplicemente lasciati sopraffare, per inerzia, per aver sottovalutato il
problema, per aver inchiodato le vittime e non licenziato i carnefici. Abbiamo
perso anche la speranza e abbiamo visto il nemico ovunque, pure in noi stessi.
Siamo
diventati noi gli scorpioni e mordendoci ci siamo dati la morte prima della
fine, per non vedere, per non combattere perché le barricate sono cosa d’altri
tempi. Eravamo proprio giunti al capolinea o avevamo solo preso una strada a
fondo chiuso? Chiuso poi da cosa: un muro o dei semplici pali di legno posti di
traverso? Avevamo proprio bisogno di soddisfare quelle voglie, strappare la
terra per cementificarla solo per non scivolare?
Perché
abbiamo abbandonato i sensi in favore dell’intelligenza e così facendo
lasciarla aggredire se stessa in una lotta di supremazia e intolleranza?
Perché
abbiamo smesso di guardarci allo specchio per ottenere risultati? Le risposte
non sempre vengono registrate in database comuni: restano lì, abbozzate,
insignificanti per i più.
Gli
affetti si spengono nella distanza, la gola non arde sotto la pioggia, la
pigrizia non si alza dal letto… e domani non è un altro giorno.
Sono
qui e aspetto: che arrivino o meno, io continuo a consumare le scorte che
qualcuno ha minuziosamente catalogato. Non c’è lista della spesa. Solo un conto
da pagare.
sabato 20 dicembre 2014
MAGIA DEL NATALE
Erano tutti lì, radunati per ricordare qualcosa in quella fredda notte senza stelle né luna.
Attanagliati dal gelo della neve caduta in abbondanza speravano di trovare nella vicinanza fisica un po' di calore.
Nessuno immaginava.
Nel presepe allestito sul sagrato il piccolo pagliericcio era vuoto e spento come i lampioni che fiocamente illuminavano la piazza.
Non uno sguardo benevolo né compassionevole, soltanto teste chine a celare malumori e risentimenti.
D'improvviso una luce venuta da chissà dove o materializzata lì per lì.
Nessuno avrebbe immaginato.
Non era una luce qualsiasi né splendeva in cielo; non era qualcuno né qualcosa, ma solo un sentimento, l'eco di un racconto lontano, una cartolina d'altri tempi.
Avanzò lieve ma tenace, a raggiungere cuori e coscienze, mani e portafogli, conti correnti e buste paga, miseria e nobiltà d'animo.
Non se ne accorsero: gli sguardi fissi al pavimento cercavano un appiglio al quale aggrappare le suole delle snickers e gli orecchi erano tesi all'ultimo squillo dell'IPhone.
Eppure era lì, presente, puntuale come ogni anno, nonostante le frenesie del pre e del post, dei pranzi e degli aperitivi con gli amici, delle cene aziendali, dei regali riciclati o riciclabili, delle carte sprecate o delle mail subdole e ipocrite.
Nessuno vide né percepì il tocco, la deposizione su quella mangiatoia che mille e mille anni prima era stata molto più accogliente.
C'era e nell'attimo in cui si palesò anche le lancette della torre campanaria si fermarono. Pochi attimi per dire al mondo che si può e che basta poco.
Nessuno voleva immaginare.
Un gesto inconsulto, ma non d'abitudine, un simbolo di fratellanza contro guerre assurde e banali battibecchi.
Erano lì per qualcosa, ma non sapevano che sarebbe cambiato il mondo per quello: si strinsero la mano in contemporanea e formarono una catena che raggiunse mari e monti, paesi sperduti e città metropolitane, vecchi e bambini, giovani rampanti e belle signorine, genitori e figli, amanti e regnanti...
L'ultimo anello si chiuse e fu: PACE IN OGNI LUOGO E PER TUTTI GLI UOMINI DI BUONA VOLONTA'.
Buon Natale e Felice Anno nuovo da YSSY LICETTI
Attanagliati dal gelo della neve caduta in abbondanza speravano di trovare nella vicinanza fisica un po' di calore.
Nessuno immaginava.
Nel presepe allestito sul sagrato il piccolo pagliericcio era vuoto e spento come i lampioni che fiocamente illuminavano la piazza.
Non uno sguardo benevolo né compassionevole, soltanto teste chine a celare malumori e risentimenti.
D'improvviso una luce venuta da chissà dove o materializzata lì per lì.
Nessuno avrebbe immaginato.
Non era una luce qualsiasi né splendeva in cielo; non era qualcuno né qualcosa, ma solo un sentimento, l'eco di un racconto lontano, una cartolina d'altri tempi.
Avanzò lieve ma tenace, a raggiungere cuori e coscienze, mani e portafogli, conti correnti e buste paga, miseria e nobiltà d'animo.
Non se ne accorsero: gli sguardi fissi al pavimento cercavano un appiglio al quale aggrappare le suole delle snickers e gli orecchi erano tesi all'ultimo squillo dell'IPhone.
Eppure era lì, presente, puntuale come ogni anno, nonostante le frenesie del pre e del post, dei pranzi e degli aperitivi con gli amici, delle cene aziendali, dei regali riciclati o riciclabili, delle carte sprecate o delle mail subdole e ipocrite.
Nessuno vide né percepì il tocco, la deposizione su quella mangiatoia che mille e mille anni prima era stata molto più accogliente.
C'era e nell'attimo in cui si palesò anche le lancette della torre campanaria si fermarono. Pochi attimi per dire al mondo che si può e che basta poco.
Nessuno voleva immaginare.
Un gesto inconsulto, ma non d'abitudine, un simbolo di fratellanza contro guerre assurde e banali battibecchi.
Erano lì per qualcosa, ma non sapevano che sarebbe cambiato il mondo per quello: si strinsero la mano in contemporanea e formarono una catena che raggiunse mari e monti, paesi sperduti e città metropolitane, vecchi e bambini, giovani rampanti e belle signorine, genitori e figli, amanti e regnanti...
L'ultimo anello si chiuse e fu: PACE IN OGNI LUOGO E PER TUTTI GLI UOMINI DI BUONA VOLONTA'.
Buon Natale e Felice Anno nuovo da YSSY LICETTI
domenica 14 dicembre 2014
QUALITA' EDITORIALE
Riporto anche qui un mio commento a una discussione su LINKEDIN a proposito di QUALITA' EDITORIALE:
"Qui il discorso non è sull'evoluzione in sé e per sé, ma in cosa e come ci si possa eventualmente evolvere.
Io credo che sia giusto anche sperimentare e cogliere usi popolari della grammatica per dare al manoscritto un tono vicino più al lettore medio che ai professori o gli intellettuali, ma fintanto che si passano errori come licenze poetiche non credo si possano fare grandi passi avanti.
Proprio questa mattina ho assistito a un concerto di musica contemporanea - derivazione della classica - nel quale ho ritrovato echi dei maggiori compositori dell'inizio del secolo scorso. Ora: se i maestri del 900 hanno fatto scuola e hanno avuto ripercussioni che si protraggono, sia pur a livello accademico, fino ai nostri giorni, tanto di cappello, ma non credo che questa sia una evoluzione della musica.
Tra il pubblico poi c'era anche un ragazzino in età scolare che pareva ascoltare attento e buono accanto alla nonna.
Se io che ho studiato un po' di musica riesco a capire le sfumature, le derivazioni, le contaminazioni, cosa potrà ereditare quel ragazzino che magari tra qualche anno si dedicherà solo al rap?
Stesso discorso per la letteratura o come la chiamiamo noi ora, la scrittura (anche la discesa di livello è da tenere in conto nelle considerazioni): cosa resterà della lingua italiana e di quello che potremmo definire buona narrativa alle generazioni future?
Solo errori che nemmeno gli editor decantati e ricercati fanno notare facendoli passare come peculiarità dell'autore?
L'indignazione è d'uopo, la matita rossa va appuntita e... ai posteri l'ardua sentenza. "
Cari colleghi autori, se è lecito sperimentare, non fatelo a discapito della grammatica né dell'eredità che lasciate alle future generazioni. Non finireste mai - o forse anche no - sulle antologie scolastiche, ma non trinceratevi dietro la paura degli strali degli studenti.
venerdì 21 novembre 2014
RECORD!
Non so come ne chi ne quando, ma ieri in molti si sono presi la briga - soddisfacendo un impulso di curiosità - di visitare questo mio blog.
E allora in una giornata si è costituito un record che spero mi porti in alta classifica.
Grazie, tornate quando volete, magari con un fiore, un cioccolatino, un collier... un bacio.
Anche ieri, 3 gennaio 2015, la cosa si è ripetuta. Grazie per l'apprezzamento qualsiasi cosa voi abbiate voluto cercare.
Ancora una volta giovedì 19 marzo 2015 c'è stato il picco di lettura: più di quanti di norma mi fanno Cucù in un mese. Grazie ancora e... stay tuned.
E allora in una giornata si è costituito un record che spero mi porti in alta classifica.
Grazie, tornate quando volete, magari con un fiore, un cioccolatino, un collier... un bacio.
Anche ieri, 3 gennaio 2015, la cosa si è ripetuta. Grazie per l'apprezzamento qualsiasi cosa voi abbiate voluto cercare.
Ancora una volta giovedì 19 marzo 2015 c'è stato il picco di lettura: più di quanti di norma mi fanno Cucù in un mese. Grazie ancora e... stay tuned.
mercoledì 5 novembre 2014
AQUILONI
Voli nell’aria
filo teso
tenuto stretto dai sogni
nell’ora serena
Idee bizzarre di tempo disperso
Luoghi nascosti in visioni lontane
Speranze carezzate dal vento
Voci vicine
Grida lontane
Colori sbiaditi
Di sale e di sole
Porte aperte su mondi scordati
Cuori
infiniti
Di gioie ammantate.
domenica 19 ottobre 2014
Cronaca di un viaggio...felice
Scese le scale e superati i tornelli ho visto sfrecciare la metro, in partenza. Prossima in 5 min. Uffa. Prendo posto. Ore 20 spaccate scendo. Corro sulle mobili già col fiatone. Ore 20.03 sono davanti ai cartelloni elettronici che mi comunicano che devo andare al bin 12. Sono di fronte al 20. Ci provo o mi do per dispersa?
Sul tabellone centrale c’è la lucetta intermittente e hanno chiamato il mio treno in partenza. Ultimo sforzo: dei ferrovieri sono ancora in banchina a controllare biglietti e sistemare avventori alle varie carrozze.
Mi fiondo sulla prima, quella attaccata al locomotore, per proseguire poi da dentro. Le porte quasi mi si chiudono sulla schiena. Mi attacco ai maniglioni delle porte tossendo in affanno con grande stupore dei controllori. Ne avranno superate di scene come quella, ma se ne stanno alla larga.
Non so ancora dove devo sedermi - il biglietto è in borsa. Mi calmo un po’: terzo vagone ovvero in gergo tecnico carrozza nr. 3. Sono alla 1. Proseguo e trovo il mio posto nel solito spazio vicino a quello per le carrozzine disabili. Il prezzo da pagare per lo sconto.
Fortunatamente lo scompartimento è tranquillo.
Tiro fuori il succo che mi ero preventivamente portata dietro e mangio una caramella balsamica mentre le tempie mi battono forte.
Mi distraggo con una lettura.
Arrivo a destinazione e scendo: 10 min di ritardo. Non so quando mi passa il tram.
Esco e lo vedo sfrecciare, pure lui, verso la sua meta. Prossimo tra mezz’ora. Fa caldo e non ho voglia di aspettare. Mi avvio. Fermata dopo fermata continuo con il displai che non scende al di sotto dei 10 min. Sono quasi alla fermata alla quale scendo che sento lo sferragliare raggiungermi. Ho risparmiato il biglietto…
Mi tolgo le scarpe, poi il soprabito e la giacca sdrucite. Mi sbottono la camicetta e mi fiondo in bagno.
Mi guardo i piedi: non sono gonfi. Strano.
Rispondo a degli SMS. Non mi va di parlare.
Scivolo sotto le coltri con bei pensieri.
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