venerdì 19 aprile 2013

ZUCCHERO SCANDITO

“Noi siamo quello che mangiamo” e ancora ”Il cibo influenza il nostro essere”. Queste frasi mi frullano come turbini nella mente, ora che sono appena uscita dallo studio medico.
«Disturbi nell’assimilazione degli zuccheri» questa l’amara sentenza del medico che reggeva tra mani impazienti i risultati delle mie analisi e degli esami relativi. « Non c’è bisogno di insulina né di medicine, per il momento, ma il problema non è da sottovalutare, soprattutto alla sua età.»
In questa bellissima giornata di primavera le lacrime sgorgano generose dai miei occhi. Girovago senza meta nei vicoli della mia città. Mi trovo di fronte a un parco giochi dove bimbi vocianti  corrono e si rincorrono con allegria. Mi siedo su una panchina accanto a un anziano signore che sta leggendo il giornale. Ci scambiamo un breve cenno di saluto, uno di quelli che si fanno solo per cortesia, perché non conosci la persona, ma vuoi essere educato.  Abbassa per un attimo i grandi fogli che tiene in mano e scorgo un bastone appoggiato al suo fianco.
“Ecco – penso - così mi ridurrò tra poco”. Il mio umore peggiora e nemmeno gli alberi in fiore mi sollevano. È una strana, stupida primavera che non vorrei avere proprio sotto gli occhi. Infatti non la osservo, ma nemmeno la fisso. Il mio sguardo è altrove, ma chissà dove. Si è rintanato nei miei pensieri, nel mio profondo rifiutandosi categoricamente di uscire allo scoperto. Anche dentro è buio, un tunnel infinito senza barlume di lunghezza.
Sono qui seduta, ma non riesco proprio a combinare nulla, nemmeno a pensare. Non voglio, perché mi fa troppo male. Non voglio affrontare il domani, men che meno il dopo.
Spengo il telefonino per non dover rispondere. E come farei se non ho risposte nemmeno per me? Condivisione non serve, anzi sarebbe forse deleteria: tutti mi convincerebbero ad andare avanti.
Mi sento stanca, molto stanca, mentre le lacrime, senza un senso, scorrono giù dalle guance senza freni, come una corsa giù per una salita. Ecco, forse, correre, spazzare via tutto questo pianto inutile.  Correre all’impazzata per stordirsi, per andare incontro al caso e fermarsi solo quando è lui che ti pone una pausa.
“Non è giusto!- grido dentro di me- perché proprio io!” Ma la voce non esce. E improvvisamente mi ricordo di Gesù sulla Croce, lui che di miracoli se ne intendeva, alzare gli occhi al cielo ed invocare, nel momento estremo, la volontà divina.
Forse lo devo accettare come ha fatto lui, immolarmi per far posto a qualcuno che ha un progetto più interessante, importante, urgente. Forse.
I pensieri continuano a turbinare. Mi lascio andare sulla panchina alla stanchezza e chiudo gli occhi: ricordi di tempi felici mi assalgono. Ma quale felicità? Quella del non sapere e della speranza?
Mi alzo, a fatica e, un piede dietro l’altro, mi sposto. Forse la panchina non era il posto adatto. Il malessere è continuo oggi, più incessante e frastornante di sempre. Vorrei urlare: BASTA! Non funzionerebbe, lo so.
Vorrei porre in qualche modo la parola fine a questa storia, ma non ci riesco. Le prospettive di riuscita sono poche, a detta del medico. La mia capacità di sopportazione è nulla.
Sono stanca e non reagisco. Continuo la mia passeggiata attorno al parco solo per inerzia, a testa bassa, il passo stanco. Il vocio dei bambini non mi tocca.
Frugando nella tasca trovo una caramella. Già nel suo aspetto qualcosa di molto dolce. Ma se poi mi fa male?  Chi mi raccoglie? E se mi sento male in casa?
La lascio lì, a continuare a darmi fastidio, ma fuori dalla mia vista. Dall’altro lato della strada una gelateria artigianale. Una voglia. No anche questo potrebbe …. Ma io come farò?
Qualche metro più in là una erboristeria. Non l’avevo mai notata. Devono averla inaugurata di recente. La porta di ingresso è aperta e l’umidità dell’aria amplifica gli odori che ne escono. L’insegna porta la scritta: ”PARAFARMACIA”.  Sugli scaffali una lunga serie di confezioni, scatole, tubetti, vasetti tutti colorati; alla vetrina antica, resto rimodernato di qualche antico negozio, dei contenitori in ceramica con delle scritte quasi illeggibili. Spezie ed erbe medicinali. L’odore è buono, invitante.
Entro nel locale deserto, mi siedo su di una poltroncina e mi guardo attorno. Odore di antico si mischia con il nuovo.  Mi assorgo ancora nei miei pensieri, ma la tristezza non è più tanto cupa.
A passi leggeri arriva qualcuno, forse la titolare, in camice bianco. Si siede accanto a me e mi chiede come sto, come va. Mi dice che sono pallida in volto e mi invita nel retro, per una tazza di tè. Vorrei rimanere lì seduta ancora un poco e non vorrei attardarmi. Con voce suadente, soffusa, la signora mi dice che posso restare e che la tazza me l’avrebbe portata lei.
I miei pensieri si calmano, ma ancora non smettono di  ronzare. Cosa ci faccio qui? Perché mi sono fermata? Tante altre domande si insinuano, domande che non trovano ancora risposta, riscontro.
La signora esce dal retro con un piccolo vassoio in mano sul quale ci sono una tazza fumante, un bricco con del latte, un piattino con dei pasticcini e…. NO! Orrore! Dello zucchero!  La mia smorfia deve essere molto palese. La signora si ferma e mi chiede se abbia qualcosa contro il tè o contro di lei.
“No, nulla di tutto ciò – rispondo  educatamente – è che, vede, proprio oggi, mi hanno diagnosticato  seri problemi con l’assimilazione degli zuccheri,  a me che sin da piccola ne sono sempre stata golosa!”
La farmacista, della quale scorgo il cartellino con il nome e la qualifica appuntato sul bavero del camice, poggia il vassoio e mi dice se voglio andare nel retro a parlarne. Di medici ne ho già visti tanti e ora  dovrei aggiungere pure lei?
Ho bisogno di bere qualcosa e quindi accetto. Dietro una sorta di tenda si apre il retro bottega, nel quale sono sistemati degli scaffali con tantissimi barattoli, scatoloni vuoti, ma anche da svuotare,  una scrivania con un computer, un apparecchio fax che funge da telefono, una lampada. Ancora più dietro,  su un soppalco rialzato da tre larghi e bassi gradini, una specie di ambulatorio con un’altra scrivania piena di carte, un lettino da medico, una poltrona, degli apparecchi medicali. La signora mi spiega che le attuali normative le consentono di fare dei prelievi, di aiutare le persone nelle cure, nelle medicazioni, di dare un servizio basilare, ma efficace e professionale, al malato. Mi parla di volontariato in paesi lontani, ma anche di piccoli incidenti accaduti al parco, di medicazioni eseguite su anziani soli, persino di una aggressione da parte di un drogato in preda ad una crisi. La sua voce è dolce e le mie orecchie cominciano seriamente a darle ascolto.
Qualche sorso della bevanda mi ristora lo stomaco, ma è terribilmente amara. La mia bocca si storce. Proprio questo è il pretesto per parlare dei miei sintomi, del mio umore, della mia vita.
Con esitazione piena di scetticismo estraggo le mie carte dalla borsa e le porgo alla dottoressa. Lei inforca gli occhiali e recita: “Siamo il cibo che mangiamo”. Cominciamo a parlare di medicina e di medicamenti, di soluzioni, di esami, di dettagli, di….
Fortunatamente è presente anche un garzone, magro e alto, con occhiali da miope. Ogni tanto si affaccia al retro, passa a prendere qualcosa, o ci raggiunge con qualche ricetta incomprensibile.  La signora dà il suo responso e quello se ne ritorna in negozio. La conversazione continua, mentre il tempo passa scandito dall’orologio a pendolo del retro. Devono avere staccato il meccanismo delle ore perché non si sentono rintocchi. Le lancette fanno il loro percorso, immutabile, silenzioso.
Ad un certo punto la signora si alza e va a prendere un flaconcino che riempie di pilloline grosse come un chicco di riso. Me lo porge. « Ecco qui. Un nuovo ritrovato. Si chiama “Zucchero Scandito”. Non è né zucchero né un dolcificante, ma rende tutto meno amaro. Lo prenda per il momento a ogni pasto. Una pillolina sola, mi raccomando, alla volta, da sciogliere piano piano sotto la lingua. Le do la dose per  5 pasti al giorno e ci rivediamo tra una settimana.»
“Tutto qui?” La mia bocca non proferisce suono, ma la mia espressione deve aver disegnato molto bene il punto di domanda. Prima di uscire una misurazione di pressione e una prova glicemica di quelle dei diabetici. Esco pagando alla cassa e, tramite tesserino sanitario elettronico, lascio i miei dati. Tutto perfettamente organizzato.
Sulla via di casa mi chiedo: come avrà potuto la farmacista capire di cosa avevo bisogno senza farmi fare corse per esami forse inutili? Avremo chiacchierato di me per forse due ore, mentre tutti i medici ti concedono si e no un quarto d’ora, visita compresa. Chi è poi quella persona? Una farmacista o una santona? Funzionerà davvero questa cura?
Attraverso il parco di nuovo. Mi fermo alla panchina di prima dove il vecchietto col giornale e il bastone non c’è più. Mi siedo  e guardo il flacone. Non c’è scritto altro che: “ZUCCHERO SCANDITO”, quantità 35 pillole, data confezione. Cosa faccio? Le prendo? Mi fido? E se fosse solo un placebo?
Mi guardo attorno e mi accorgo che ora il parco esiste, esiste per i miei occhi, per la mia mente. Guardo in direzione della farmacia. Esiste anche quella?
Improvvisamente mi accorgo di essere passata dalla più buia depressione e tristezza con un risvolto forse suicida, al domandarmi del domani, discutere con me stessa sulla validità di una cura sconosciuta. Nel mezzo un negozio che sa di antico, una persona che sa…. Ascoltare.
Mi alzo di scatto, corro, corro in quella direzione, corro sempre più spedita. Ecco il caso!

mercoledì 20 marzo 2013

Benvenuta, Primavera

PRIMAVERA
E cos’è poi primavera:
caldo tepore,
prati verdi e alberi in fiore
Voi che ancor la vedete
Danz’ella alla brezza dell’ore liete?
Ditele allor  d’andar mesta
Che già estate arriva lesta.
Ditele poi di non pianger sfortuna,
che sempre in ciel sta la luna
Di gioie e dolor è pieno il cammino
Ma di fiori  e colori  ne dà mazzolino.
Or altrove  guardate e nel  futuro sperate
Poi ch’ella ogni anno ritorna dov’era

_____ ***_____

CELI DI MARZO

Sereno e azzurro intenso,
il tepore che copre di energia
nel risveglio di sensi e volontà,
la pigrizia del riposo sempre in agguato.
Scure nubi all’orizzonte
Tolgono  vigore ad ogni progetto
Fastidioso spira il vento
Sprezzante dei teneri germogli
La pioggia si fa grassa
D’improvviso
Ma non è che un veloce passaggio
Un lampo, uno squarcio.
Che già l’arcobaleno all’orizzonte
chiude il cerchio dei sogni
 

martedì 12 marzo 2013

LUCI, DARIO.

Prova generale aperta al pubblico e primissima spettacolare attesa da tanto tempo. Gli attori fremono nei loro camerini tra trucco e parrucco, le sartine intente all’ultima stressante prova costume.
La prima donna si concentra sugli esercizi vocali come una soprano della Scala.Il regista passeggia su e giù  dal proscenio ripassando le sequenze, le mani dietro la schiena, tra attrezzisti e fonici.
La stampa oggi deve attendere fuori e il servizio d’ordine fatica a contenere la folla.
Solo lui, Dario, tecnico delle luci, se ne sta tranquillo alla sua postazione già da ore fumando di tanto in tanto una nazionale senza filtro. Conosce a memoria la sua parte, il suo mestiere come a menadito tutto il teatro. I controlli eseguiti e ripetuti più volte. Rischio errore pari a zero.
Tutto è pronto, predisposto, progettato, concordato. Eppure questa sera c’è qualcosa nell’aria, ma nessuno sa dire cosa sia.
La compagnia si raduna al centro del palco per il rito scaramantico. Ci si guarda reciprocamente negli occhi, fiduciosi, speranzosi, ma al contempo anche sospettosi, guardinghi.
Il direttore annuncia che la sala è piena e si può cominciare. Tre colpi di campana, lenti, equidistanti, secchi, invitano a fare silenzio. Le luci in sala vengono spente. La solennità del momento rimane come in sospeso.
Il sipario sale lentamente con lieve fruscio di corde.
Dario è in postazione. La scena si apre in penombra. La consolle risponde lanciando un fascio di faretti dall’alto che si fissano ognuno su un personaggio, lo illumina finché parla e poi si spegne.
Entra Sigfrido. Dario porta in avanti un pulsante per lo spot che lo segue. Botta e risposta con Carlotta. Le luci si alternano alle parole. Scarto minimo dovuto al flusso di corrente., pari all’eco, che fortunatamente è impercettibile.
Gli spot colorati: il blu viene intensificato, il rosso spostato a destra e il giallo ridotto.
Ora bisogna seguire i passi di Rosetta, ma piano, con discrezione.
Effetto campana bianca. No, non sul pubblico! Si distraggono!
Ora da sinistra. Il reflex passa sul fondale, vengono inserite le stelline e tirata giù la strobo.
Il ritmo della luce è più veloce delle battute. Bisogna rallentare altrimenti qualcuna viene saltata o dimenticata e il filo si perde, si rompe.
Questa sera serve a capire le reazioni del pubblico di domani e c’è bisogno di più impegno. Dai, che abbiamo passato momenti peggiori e tu hai sempre risolto ogni problema!
Dario, Dario? Dove sei? Cosa succede? Non fare scherzi proprio adesso! Te l’hanno appena detto che è importante. Nessun’altro sa come far funzionare quel coso! Dai, Dario.
B   U   M
Buio e silenzio. Stranamente nessuno si muove o grida. Tratteniamo tutti il fiato. Il regista chiama Dario al cellulare che gridare sarebbe da maleducati.
Una lucina blu si accende in un angolino del soffitto, nascosto tra impalcature, funi, spot e riflettori. C’è il vibracall che rimbalza  su tutta la struttura.
Il buio permane, ma dal di fuori nessuno lo nota. Strano: nessun reclamo e non si vede nemmeno un  accendino. Maledetti divieti e moda del NO SMOKING.
In scena sono tutti impietriti. Anche il ritorno audio si è spento. Black out?
Sembra che l’intera sala si sia trasformata in quel mondo a sé che tanti immaginano, descritto in tomi e volumi.
Pubblico e attori dipendono ora da una sola persona che non è il regista o almeno non è la persona che fa il regista.
Il tempo scorre nelle vene dei presenti senza dare mostra di sé. L’attesa, prima snervante per la curiosità, ora è timore del futuro. Il senso di orientamento ha perso i suoi punti cardinali.
Ah, se solo quella lucina blu si espandesse e indicasse almeno un punto d’incontro!
Dario non risponde.
DOVE SONO LE CANDELE? – sbraita il regista dal sottopalco con attrezzisti e scenografi impazziti – QUALCUNO VADA A VEDERE COSA È SUCCESSO. ANZI NO, SI VADA AI CONTATORI E SUBITO PER DIO.
Concitazione ma nessuno ha il coraggio di eseguire gli ordini
ALLORA, SIAMO MICA INCOLLATI AL PAVIMENTO? La voce urlante sembra provenire direttamente dagli inferi.
L’incertezza serpeggia voluttuosa come un fiume in piena. Né Dario né la luce manifestano la loro presenza e il mondo esterno sembra non notare quel buco, quell’assenza improvvisa.
Rosetta trema e non per il freddo che avanza. Nessuno la vede. La primadonna ha perso la voce, ma le parole rimastele in gola non hanno né senso né utilità. Sigfrido non è più spavaldo e si rifugia dietro il cordone del sipario.
La situazione è in stallo di looping. Tutti pregano e imprecano contempora-neamente. Non c’è Dio né religione che tenga. Ormai quel che è fatto è fatto, ma forse la causa non siamo noi.
Eppure destino e imprevisto non avevano ricevuto invito. Escluso categoricamente era anche l’errore. Dati tecnici ed esperienza erano necessaria garanzia assoluta. Niente sondaggi per le troppe variabili di improbabilità.
Nell’aria si sentiva qualcosa, ma nessuno l’ha voluto prendere sul serio. Punti deboli nel sistema non ne esistevano e le paratie erano chiuse da tempo.
ALLORA             PERCHÉ?

Siamo qui fermi e inermi in balia di questo buio sconosciuto dal quale vogliamo uscire e lo vogliamo perché non ne capiamo la causa, non ne vediamo la fine né la vogliamo aspettare.
Nessuno si muove e lo spettacolo NON va avanti. Il copione è scritto, nero su bianco: basterebbe seguirlo. O è solo uno spettacolo al buio, forza bruta dell’immaginazione? I ruoli e le parti sono ancora valide o possiamo permetterci varianti? Gli attori potranno ribellarsi? E il regista avrà ancora voce in capitolo? Potrà ancora muovere i fili? Si capirà quando ridere o quando applaudire? Ci basterà il tono della voce?
Dario è l’unico in grado di sbrogliare la matassa, ma di lui non c’è traccia.  Il suo cellulare, a forza di squillare, ha esaurito la batteria. Il puntino blu non si attiva.
Molti ormai hanno il cuore in gola, ma preferiscono tenere l’orecchio teso.
Nel silenzio cupo il sipario cala.
Si riaccendono le luci in sala come per miracolo lasciando trasparire solo grossi sbadigli tra il pubblico. Qualcuno sospira, mentre altri già si avviano all’uscita. Stasera niente applausi.
Prima che si aprano anche le uscite di sicurezza, Dario si sfoga da un altoparlante:
LO SPETTACOLO  È TERMINATO. CI AUGURIAMO VI SIA PIACIUTO .

venerdì 1 marzo 2013

PRIMA DI DARMI ALL'IPPICA

Oggi è il mio ultimo giorno di lavoro. Mi fermo davanti all’ippodromo ovvero quel che resta di quel divertimento che gli animalisti hanno stroncato con la scusa di trattamenti violenti contro le povere bestiole. Modi disumani e violenti? Stavano di certo meglio di tante povere creature costrette all’epoca di mio nonno  per esempio a tirare carri o aratri pesantissimi per ore e ore senza avere né cure mediche né, spesso,  riparo adeguato.
Mi guardo intorno e mi tornano alla mente tanti ricordi. Qui ci venivo con mio padre la domenica quando ero alle elementari: era una gioia per me e un cruccio per mia madre. Ci venivamo per tentare la fortuna, dato che il destino non ce ne riservava molta. Di tentativo in tentativo i pochi risparmi se ne andavano senza freni.  Sempre meglio che metterli in banca, diceva mio padre,  con la speranza che un giorno o l’altro avrebbe fatto il colpaccio, in qualche modo.
È così che sono diventato broker finanziario: avevo l’istinto del rischio nel sangue, dissero quelli che mi assunsero appena laureato.  Loro però non seppero mai che avevo invece fatto i salti mortali durante gli studi per non pesare sulle spalle di mia madre, china a pulire uffici e case signorili per darmi un futuro. 
Se ne è andata dieci anni fa, ma è rimasta fino all’ultimo china a cucire, a lavare e pulire per gli altri per qualche soldo e nessun ringraziamento. Quell’immagine di estrema sofferenza mi ha sostenuto in momenti negativi e mi ha riportato a terra dopo vittorie inaspettate.
Adesso sono qui, davanti a questo cancello chiuso, in procinto di chiuderne io stesso uno molto più pesante. Stasera dovrò consegnare la macchina. Appartiene alla ditta, in leasing e il suo riscatto a titolo personale mi costerebbe tutti i fondi accantonati con fatica e straordinari. Domani mi recherò all’ufficio collocamento con i mezzi pubblici e penserò a mio nonno;  una vita spesa a cavallo, unico mezzo di  trasporto tra un appezzamento e l’altro, fedele amico di tante avventure.  E lui lo poteva cavalcare solo in virtù del suo ruolo da mezzadro.  Io invece  non ci sono affezionato per nulla alla mia macchina: è solo una quattro ruote di lusso, per abbagliare i clienti. Inoltre costa troppo anche a mantenerla.
Domani cosa mi aspetta: il vuoto, il nulla, l’inutilità di studi e di esperienza.  Se ci penso, mio padre si è ammazzato per il suo lavoro, regalandoci pure due soldi di pensione. Altri tempi. Il lavoro anche se duro per lui ha pagato. Io invece me ne andavo porta a porta in giacca e cravatta, ma che ne ricavo?
Cosa mi resta: la baita del nonno con quei pochi  metri quadri di terreno. La usavo come casa delle vacanze e ora dovrò farne residenza. È tutto arredato e un periodo di riflessione nella natura non mi farebbe male. Al diavolo il mutuo e il loft in centro. Trovo subito una famiglia che mi paga l’affitto, una di quelle che sul contratto ci scrivi un nome e poi ci vanno a dormire in dieci. Non importa se poi creano problemi, basta che paghino regolarmente.
Deciso, mi ci trasferisco da domani, tanto posso seguire le quotazioni dal mio smartphone in WIFI e mantenere per lo meno il capitale. No, un momento: anche quello è del mio quasi ex datore di lavoro e da domani il mio portafoglio andrà in mano a qualche pivellino rampante a caccia di superbonus che oltre me sostituirà per lo meno altri due.
Comunque in fin dei conti ho poche cose da trasportare, giusto quelle personali. Mi basta affittare un camioncino o chiedere aiuto per il prossimo week end. Addio città, comodità e bella vita!
Mi improvviserò agricoltore cominciando a mettere a posto l’orticello: ci sono serbacce, arbusti non fruttiferi, sassi. La fatica non mi spaventa e poi non ho frequentato sempre la palestra anche per i muscoli? Gli attrezzi sono quelli di mio nonno, ma posso sempre contare sui consigli dei vicini, residenti ormai da anni.
E poi chissà: l’attività potrebbe allargarsi ad un agriturismo con vendita del superfluo o potrei organizzare in paese una cooperativa. Da quelle parti non ci sono molte alternative  e tanti tornano al paese dopo che le fabbriche a valle chiudono una dopo l’altra. Darei una mano al territorio, come si dice.
Sarà un’avventura per me, quello che per i miei avi era cosa naturale. Là ho sempre trovato qualche anima buona disposta ad ascoltarmi alla bisogna. Mica come qui in città dove un’amicizia la devi cercare con il lanternino e stare sempre all’erta.
Magari poi allevo anche qualche gallinella o coniglietta, per la carne e le uova ovviamente. Tutto rigorosamente biologico, concimato con vero stallatico. E per completare la filiera, non deve mancare il latte di mucca o di capra che i pascoli e il fieno non mancano.
Vuoi mettere poi anche qualche cavallino per fare delle belle gite o far gareggiare alle fiere. Dovrei solo mettermi di nuovo in contatto con certi amici di mio padre...
Perché aspettare ancora. Chiamo il mio amico Salvatore e gli chiedo se ha ancora possibilità di vendermi quella puledra di cui discutevamo, quella che dovrebbe promettere grandi cose. O potremmo anche iniziare con una coppia, che tanto il posto per tenerli e allenarli ce l’abbiamo gratis! E pensarci prima?
Papà, però, bell’idea mi hai dato.

lunedì 18 febbraio 2013

DI MEMORiA IL MALE

Quegli istanti no, non voglio ricordare.
Maresciallo, io no, non lo volevo ammazzare,
ma tanta rabbia dovevo sfogare,
che più lui non mi lasciava stare.
L’ho conosciuto una sera a maggio.
Pioveva assai e m’offrì un passaggio.
Gli occhi dolci sapeva fare
e mi giurò ch’al parco c’andavamo a incontrare.
Mamma mia, m’avevo a maritare,
che zitella non potevo stare!
Maresciallo, voi non sapete,
quanta d’amor tenevo sete.
Passavan gli anni e le notti
che tra le lenzuola facevamo i botti.
Poi non so come fu:
venne un giorno che non mi volle più.
Su consiglio della mamma,
nuda mi misi per fare la nanna!
Eppur non quello serviva a Franco
che dal lavoro tornava stanco.
Sol per vedere la partita,
Lei non sa che fatica!
Allor io quatta me ne uscii.
Me meschina, lui che capì?
In casa dovevo stare,
anche se nulla avevo da fare,
in cucina a lavorare,
e lui di là con il giornale!
Se la pasta stava scotta,
giù mi dava una gran botta.
Se il letto non era fatto,
lui diventava tutto matto.
Così sol per paura
tornai da mamma, ma che sventura!
Lui mi prese sotto casa
e mi porse anche una rosa.
Dimenticar, e chi può mai?
ma perdonar, tu lo farai!
Poi per poco fui contenta
di rimestare la polenta
che di nuovo per questione
lui mi diede col bastone.
Io lo dissi al curato
e lui tutto corrucciato:
“Qui una sola assoluzione:
vai tu subito alla stazione!”
Ve lo dissi quella volta
che nascer potea ‘na rivolta.
L’avete poi messo a verbale?
Lui se la prese molto a male.
Così più forte si fece a botte,
sia di giorno che di notte.
Tutto questo ho sopportato.
E per Amor ch’altro ho dato?
Ce ne andammo pur dal dottore,
due o tre volte, per due ore.
Lui però così rispose:
“Queste d’altri non son cose!”
Quindi a casa mi menò
brontolando in metrò.
Lì mi venne l’ideina
di fuggir dalla banchina.
Più forte allor mi strinse il braccio,
che di scappar non ce la faccio.
Il coltello, in cucina,
già mi fece l’acquolina.
Io lo presi per il pesce,
ma di sangue: quanto n’esce!
E voi gente non condannate!
Già bastavan le bussate.
Su, portatemi in prigione,
che, Marescia, c’è ragione.
Non guardatemi così:
io non potea più viver lì.
Da quel laccio mi son sciolta
e maledico quella svolta!
Se era lui il criminale,
che or affronti il Tribunale!
Se era lui il più brutale,
che or subisca il nostro male.
Se era lui il più fetente,
che di lui non resti niente.
Io so già qual è la pena,
ma son libera e serena.
Io d’amor non ho più sete
e rimango quel che vedete:
non più a testa china
né a scappar dalla banchina,
ma a far della memoria
che tutto questo non sia che storia.


(Componimento letto per la celebrazione della Giornata della memoria al salone del patronato della parrocchia del S. Bellino - Padova il 17 febbraio 2013)

giovedì 7 febbraio 2013

Priorità

Dicembre 2012
Non bastava questa crisi: ora anche l’imposizione di riorganizzare il magazzino e l’imminenza di una visita ufficiale dei "Grandi Titolari", come li chiamiamo, un gruppo di soci finanziatori, dalle idee dei quali dipende il nostro destino di uomini al servizio di questa azienda. È un mese che, oltre al normale, dobbiamo girare qua e là e spostare merce di continuo secondo quello che dovrebbe poi essere lo schema per rendere il tutto più veloce e razionale. In pratica vogliono vedere se poi si lavora di più o si può far saltare qualcuno.
Non è facile. Qui dobbiamo un po’ arrangiarci perché non sai mai quando arriverà l’urlo del capo che ti comanda dall’altra parte, subito e senza perdita di tempo. Subito anche in pausa, o anche … insomma non ti lasciano nemmeno i bisogni corporali. Per loro non c’è né fame né sete che tenga; figuriamoci il seguito. Devi avere sempre le orecchie puntate sui loro capricci, poiché loro che pensano – e questo è un loro privilegio assoluto – ne tirano fuori almeno una ogni quarto d’ora.
Al sabato spesso ti chiamano alle sette per dire che c’è un urgenza. Meno male che i miei figli devono andare a scuola e di solito sono io che li accompagno. Mi trovano quindi sempre sveglio e vestito. Sicuramente lo sanno e vogliono togliermi ogni piacere personale nel godimento di tempo libero. La domenica il pensiero va spesso all’incubo di aver dimenticato qualcosa, di non essere riuscito a finire, di quello che aspetta, ovvero quel poco che noi pochi “fortunati ancora con un lavoro" siamo obbligati ad eseguire.
Il riempimento di quelle 8 ore giornaliere – no effettive sono almeno 10 o 11 e al diavolo i contratti di solidarietà –  5 giorni la settimana è veramente un inferno. Talvolta passo davanti agli uffici di collocamento o alle agenzie interinali, come si chiamano ora e invidio chi piglia un sussidio senza far niente. Che pacchia! Purtroppo mia moglie mi guarda sempre di sbieco, quando ne parlo e mi urla: “e il nostro mutuo?” Cerco di non pensarci che ci vogliono ancora più di dieci anni per la parola fine.
Intanto le tasse aumentano e i soldi non sono più quelli di una volta. Di una volta? Nemmeno più quelli di due anni fa! Niente più gite, pizze né cinema e regali solo alle persone importanti.
E domani al lavoro, ligi e muti, con la schiena sempre più curva. Già la schiena: vorrei tornare in palestra o solo a stenderla su un prato o sulla sabbia bella calda. Passo la mia vita sui carrelli elevatori, i cosiddetti muletti, come se fosse un gran vantaggio aver tolto il sollevare e trasportare con le mani e le braccia: ne deriva che la schiena non è una parte del corpo che ne dovrebbe portare conseguenze. Sto seduto come un impiegato, ma per l'INPS solo per quelli una sofferenza cervicale è malattia professionale.
Giro spesso in tondo come una trottola e i miei occhi non reggono. Devo forzare la mia attenzione al limite dell’emicrania cronica. Ho dovuto prendere un paio di occhiali, almeno per guidare da e verso il posto di lavoro. Qui anche un'assenza per una visita medica o una limitazione al movimento per il più piccolo colpo della strega potrebbe essere motivo di licenziamento.
E dei miei colleghi sono quello che sta meglio: c’è chi dopo un lungo periodo di disoccupazione è rientrato nel “mercato” con tariffa più bassa del suo primo ingaggio; altri hanno fatto debiti per mantenersi nello stretto necessario e non perdere tutto;  o ancora chi, senza moglie, fratelli o genitori, si è dovuto adattare ad una stanza doppia.
Ormai non ci chiediamo più come va né se siamo ancora vivi. Per tanti la profezia Maya sembra una buona occasione: giustizia e libertà nella fine di questa terra, di questo mondo. E invece ci ritroviamo ogni mattina contando in silenzio chi ha fatto l’amore la sera prima.

venerdì 1 febbraio 2013

Marmot..ki!

È sabato pomeriggio e quindi solo le parafarmacie possono aiutare nelle emergenze, se non si vuole girare mezza città..
Lino prende il biglietto per il suo turno ed è fortunato: solo due persone davanti a lui.
- Dica, le serve? – gli chiede l’uomo in camice bianco dietro al bancone
- Marmotkill – risponde ancora trafelato per l’ansia e la corsa contro il tempo.
 - Mam..che? – ribatte il dottore
 - Ma non è l’ultimo ritrovato, superconcentrato di ormoni…. ? Non senza ricetta e dovremmo ordinarlo. – Echeggia dal retrobottega
- Quello si trova più facilmente in rete che nei negozi – Ribadisce una voce falso-maschile da dietro una vetrina con i prodotti per l’igiene orale.
- Forse era Mammutkir! – rimbalza dalla porta  scorrevole in fondo – ma l’ultima volta che l’ho preso, quelli del 118 venuti a casa non sapevano chi aiutare, se me disteso sul letto in preda ai crampi o mia moglie svenuta sulla porta del bagno.-
 - No, no: è sicuramente Marmorkki, potente energetico – poi sottovoce – e pure afrodisiaco, ma anche spermicida – continuò una voce di adulto nell’orecchio d Lino.
 - Ma no, è MarmoKy, uno smacchiatore per superfici dure. Lo trova in ferramenta qui a fianco. Funziona a meraviglia. – Fece l’uomo con i pantaloni bianchi e giacca sportiva che da un quarto d’ora si aggirava nel locale innervosendo i presenti che lo pensavano un rapinatore incallito.
- Io dico che è Mammaqui, una specie di telefonino per lattanti. Buono come sveglia, utilizzabile come balia per le ninne nanne e per la sorveglianza alle mamme.
- E invece mi pare che sia Mappaqui, rilevatore di presenze ultraterrestri. Brevetto Scozzese.

- Signori, signori, vi prego: io chiedevo solo Marmotkill. Mi hanno detto che lo trovo qui.- interruppe Lino
 - A cosa servirebbe? - chiese una voce indiscreta tra i preenti.
- A mio figlio hanno detto di recente che il terremoto lo causano le talpe e le marmotte e lui ci crede!- cercò di rispondere – Io gli ho spiegato che non è vero, ma lui sostiene che adesso, in inverno quelle dormono, ma poi in primavera... Dice che dobbiamo agire ora!
 - Ma vah… - fu il coro degli astanti.
- Ha perfino dichiarato in classe, alla materna, che le sente respirare e quindi stanno sotto casa nostra! Dottore mi aiuti, la prego!
Impietosito dall’espressione sofferente di Lino, il dottore andò nel retrobottega e tornò dopo pochi minuti con delle scatoline in mano:
 - Allora, questa è Kalmomì gocce: 4 alla sera sotto la lingua. Per tutti. Questi qui invece sono i cerottini nasali con balsamo e i tappi per le orecchie da usare al bisogno. Il tutto sono 3 euro e 50.
Pagato e uscito dal negozio, Lino si fermò un attimo con la bustina delle medicine e il resto in mano:
-E adesso chi glielo spiega a Marco che questo è il rimedio per la nonna che dorme nella stanza accanto?

domenica 27 gennaio 2013

I GIUSTI

 
Hanno camminato tra bombe e morte,
noncuranti del pericolo,
raccolto vittime e innocenti
senza badare alla loro provenienza.
Hanno combattuto in silenzio
contro la guerra stessa
e lottato con tutte le loro forze
cercando di scavalcare l’insopportabile
mai piegando la testa davanti alla forza.
I giusti di ieri sono pari ai martiri di ieri,
colpiti nell’animo dalla brutalità consapevole,
lavorando anche solo per un sorriso.

I giusti di oggi sembrano dormire nell’oblio
Delegando ogni sforzo alla diplomazia.
Lavorano nell’ombra,
Più segreti di spie e più invisibili che microchip.
Stanno accanto ai governi
Riempiendo borse di alti funzionari;
Leggono i giornali online
E a fine missione si concedono al relax.

La guerra c’è ancora, più infida che mai
I fratelli cambiano la bandiera
Per una nuova libertà
Nel silenzio stampa collaborano con le ONG
Il salario lì è poco e il morale spesso a terra.
Nello specchio nemmeno una ruga in più.
Le persone ancora muoiono
Per ingiusti principi o falsi ideali.
A guidarli dei leader pensatori,
Tacciati di terrorismo per convenienza.
Alle Nazioni Unite si preparano risoluzioni
E son già pronti ispettori e soldati.

Tra orrore e sangue, ingiustizia e crudeltà
Incontreremo ancora Il giusto, domani?
Avremo ancora l’ aiuto singolare
Di chi senza Gloria mette tutto a proprie spese?

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Per la giornata della Memoria 2013
Dedicato al veneto Perlasca e a tanti altri come lui

domenica 13 gennaio 2013

HO VISTO

Ho visto lanterne
levarsi al cielo
stellato di blu.
Recavano sogni e  auspici
sospinti dal vento
e dalla flebile voce
della speranza.

Ho visto volti
seguirne la scia
sopra le cattedrali
di una notte incantata;
provati dalla sorte
scivolavano piano
sulla posa invisibile
dell'ultima chance.

Ho visto luci
bardate a festa
librarsi nell'aria
di una notte oscura
tra curve e rette
di incroci augurali.
Come piccoli spettri danzavano
sul palco del re.

Ho visto passi
di vite confuse
andarsene mesti
in una notte serena.
La pallida luna
scrutava l'evento,
impassibile dama
di ogni dolore.

Ho visto poi l'alba
di uomini e donne
rischiarare l'arrivo
di un nuovo domani

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Ispirata alla notte di Capodanno in Prato della Valle - Padova

sabato 22 dicembre 2012

SULLA VIA DEL NATALE

Siamo sulla via verso Betlemme io, il mio asino e Maria, mia moglie. Dobbiamo tornare al paese dove sono nato perché ci hanno ordinato di fare così. Devono contarci, hanno detto, ma gli è difficile farlo semplicemente radunandoci sulla piazza.
È da molti giorni che siamo in viaggio, decisamente in scomodità, ma se non lo facciamo saranno di sicuro dei guai peggiori.
Ho lasciato la mia piccola bottega da falegname con la speranza che tutto vada bene. Non so se mai vi farò ritorno o dove ci porterà alla fine questo nostro camminare. Mi hanno chiesto di farlo e non posso sottrarmici.
Non conosco nessuno, ma vedo che lo spirito dell’ospitalità è presente qui, soprattutto ora che i pellegrini sono tanti. La gente è solidale, se può, e mi pare che l’Abbondanza faccia brava mostra di sé.
Siamo in due, ma presto saremo in tre. Mia Moglie sta per darmi un figlio. Me l’ha detto tutta spaventata una sera quando sono rientrato. Aveva visto una strana creatura che glielo ha annunciato arrivando dall’alto. Le ha comunicato anche che ciò che lei custodirà per qualche tempo nella sua pancia sarà fondamentale per il mondo intero. Maria è ancora una ragazzina e forse è stata turbata nel profondo proprio da questo compito: crescere Salvatore o in qualunque altro nome lo vorremo chiamare.
Cercherò di starle accanto, per quanto posso, finché posso. Già, sono molto più anziano della mia consorte e non so quanto ancora il mio spirito e il mio corpo reggeranno. Spero comunque di poter dare a nostro figlio un’educazione come si deve, ma anche un mestiere, che con le chiacchiere o la filosofia poco si campa, soprattutto se sei figlio di un artigiano.
Rammento che Maria mi ha detto che questo non è proprio figlio nostro, ovvero è figlio suo e di un altro, un certo Spirito Santo che lei giura di non aver mai conosciuto. Faccio finta di crederle per calmarla, ma ho paura che sia un’altra delle sue fantasie. È strana Maria da quando ha saputo del nuovo arrivo, ma siccome le donne nascono per essere madri, quando avrà il bambino tra le braccia tutto questo svanirà di certo.
Per intanto facciamo un po’ di strada giorno per giorno e ci avviciniamo alla nostra meta. Talvolta seguiamo una carovana e talvolta solo le stelle. Ci fermiamo dove capita, a seconda del tempo. Devo avere cura di Maria, nel suo stato, e spesso non è facile trovare ricovero adeguato. Lei poverina si adatterebbe, perché le hanno insegnato a fare così, e sono io poi che mi impietosisco e dico di no o spingo avanti il convoglio. Ci tengo che i due abbiano già ora tutto e solo il meglio che posso offrire.
La nostra meta è ancora lontana, ma confido nelle nostre forze e nella nostra pazienza. Fortunatamente le autorità ci hanno dato tanto tempo per fare quello che chiedono. Certo che un affare così è complicato da organizzare, con tutti gli sconvolgimenti degli ultimi anni. Spero che dopo avranno idee e dati chiari e che riescano a capire cosa fare di noi. Soprattutto spero che non ci impongano nuove tasse o nuovi obblighi. Da queste parti siamo gente tranquilla se non ci tartassano o ci schiavizzano. Qui le comunità sono piccole e ci arrangiamo tra di noi. Il sovrappiù poi ce lo scambiamo con gente di passaggio. Faremmo anche a meno dei governanti, ma loro ci dicono da sempre che sono indispensabili altrimenti  litigheremmo a dismisura. Anche se non è vero, ce li teniamo e contiamo che non facciano troppo i cattivi con noi.
Avrei sognato di una vita tranquilla da qualche parte, magari in una casetta modesta con vista sul mare e un piccolo orticello, dove coltivare il necessario. Non ne ho ancora parlato con Maria. Lei preferirebbe una casa in città, magari nelle vicinanze di qualche parente. Chissà se il destino ce ne darà occasione.
Per ora mi sdraio qui, su questo pagliericcio. Ho bisogno di riposare un poco accanto i miei affetti e i miei pochi averi. Domani dobbiamo proseguire cercando di avvicinarci il più possibile alla meta. Prima di addormentarmi immagino per qualche istante il quadretto che componiamo: c’è un padre, una madre con un figlio in arrivo e un’animale, loro unico servo e compagno. Poche cose, che sono spesso la mia fortuna.
Ho tanti pensieri e preoccupazioni in testa. Quando arriverà il bambino, però, sarà Festa, anche se solo per noi.

 Ciò che ne è seguito, è de-scritto da un’altra parte.
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Questo brano è stato pubblicato sulla raccolta antologica "PAGINE DI EMOZIONI" del Gruppo di Scritura del Piacentino -Padova a cura del Gruppo DaDa (Autoproduzione non in commercio)